Cosa si mangia InGalera?

InGalera

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Bollate, alle porte di Milano. Alti muri di cemento, torrette di controllo, sbarre, Polizia. Non c’è dubbio che si tratti di un carcere, un edificio dall’aspetto anonimo, come anonime (almeno per noi, gente libera) sono le vite di chi invece è condannato a restare all’interno. Bando al “buonismo”, espressione tanto discussa in questo periodo e spesso abusata: chi sbaglia paga. Dalla semplice multa per aver parcheggiato in divieto di sosta, alla detenzione per quanti hanno commesso atti ben peggiori. Chi è recluso in un penitenziario non è certo uno stinco di santo, questo è evidente, ma può avere dei talenti che val la pena valorizzare, anche e soprattutto per agevolarne il rientro nella società cosiddetta “per bene” una volta scontata la pena.

Il carcere di Bollate in questo senso è un vero esempio di virtù, anche se parlare di virtù sembra un controsenso viste le circostanze. Al suo interno, dietro quei muri che mettono angoscia anche solo a guardarli, vengono incoraggiate le speranze di riscatto di chi ha intenzione – uscendo da uomo libero – di risorgere a nuova vita attraverso una professione dignitosa e rispettata.

D’accordo la filosofia e le belle speranze, ma Bollate nel concreto fornisce gli strumenti per trasformare galeotti in professionisti con istruzione ed esperienza in alcuni settori.

A parte il garden, aperto anche al pubblico con le inevitabili limitazioni e le cautele necessarie considerato il contesto, nel carcere esiste anche un ristorante considerato una vera eccellenza, un progetto di successo di pubblico e critica che accoglie avventori a pranzo e a cena con un menù elaborato e gustosissimo.

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Un esperimento ambizioso e rischioso allo stesso tempo. Parliamoci chiaro, l’invito a cenare una sera nelle “patrie galere” può lasciare perplessi e invece… Sarà la curiosità di avvicinarsi a un mondo sconosciuto ai più, sarà l’unicità della location, sarà quel che volete ma, InGalera, questo il nome del ristorante, registra spesso il tutto esaurito (50 coperti) e ospita personaggi insospettabili: esponenti della Milano bene, direttori di banca, una ex Miss Italia e naturalmente gente comune. Personale con preparazione da scuola alberghiera e la guida di uno chef professionista rigoroso e intransigente come ogni executive deve essere, ambiente curato e piatti senza sbavature nel gusto e nella presentazione. Un po’ ironico tutto sommato attraverso le pareti decorate con locandine di film ad ambientazione carceraria. Così, sotto lo sguardo patinato di un giovane Clint Eastwood in Fuga da Alcatraz e altri colleghi che si sono calati nei panni di galeotti per l’industria cinematografica, si pranza o si cena serviti da ladri, truffatori, spacciatori. Tutti pentiti e pronti a ricominciare nel migliore dei modi.

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Chef Ivan Manzo e maitre Massimo Sestito

InGalera è stato visitato anche dal guru indiscusso della cucina italiana, Carlo Cracco, che ha promosso a pieni voti cucina e sala e Valerio Visintin, il temutissimo critico gastronomico che, coperto dall’anonimato e dotato di “penna avvelenata”, ha spesso disintegrato la reputazione dei locali, ma non di questo e scusate se è poco.

Dal martedì al sabato si pranza e si cena scegliendo da un menù stagionale di carne o pesce, preparazioni speciali per celiaci o per altre intolleranze alimentari (da segnalare in fase di prenotazione) e per chiudere una selezione di formaggi serviti, neanche a dirlo, con mostarde “galeotte”.

Parafrasando il proverbio si può dire “non fidarsi è bene, fidarsi è meglio”. Fidarsi di un’ottima cucina, fidarsi nel varcare la soglia di un ambiente davvero ignoto, fidarsi nel dar fiducia a chi vive nella diffidenza generale. E le portate, ve lo garantisco, sono al di sopra di ogni sospetto.

 

 

 

 

 

Author: Paola Drera

Mi chiamo Paola Drera, milanese di nascita e per residenza ma “nomade” per vocazione. Sono una giornalista freelance che gira l’Italia e il mondo per soddisfare la sete di conoscenza ma soprattutto per la curiosità di scoprire le diverse cucine della Terra. La gastronomia è la mia vera passione; ne scrivo, la sperimento, la rivisito e poi la propongo ai miei ospiti e ai miei lettori. Prediligo le tipicità e i prodotti autentici del territorio - qualunque esso sia - perché come si dice: siamo quel che mangiamo.

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