Il Sentiero del Brigante

Testo originale di Marco Rossi, aggiornato da Redazione Ecoturismonline

sentiero del brigante

Nel 1985 l’Aspromonte, estrema montagna meridionale, viveva in pieno la terribile stagione dei sequestri di persona. I mass-media si occupavano ampiamente delle drammatiche notizie di cronaca e i loro resoconti, giorno dopo giorno, si trasformarono in una violenta e inaudita campagna di stampa che acriticamente accomunava, in una condanna senza appello, un intero territorio e un intero popolo.

Ridare vita e dignità a quel territorio era necessario, anzi indispensabile, ma fino ad allora nessuno propose quello che da anni avevano cominciato a sperimentare le realtà montane più avanzate: il corretto utilizzo delle risorse naturali e ambientali, il recupero della storia, delle tradizioni, del folklore, dell’artigianato e della buona cucina quale indispensabile premessa per fare nascere e crescere una diffusa economia di montagna.

Fu allora che nacque il GEA, Gruppo Escursionisti d’Aspromonte, una sparuta compagnia di volenterosi pionieri che iniziarono a scoprire e a percorrere le antiche vie montane, un tempo fondamentali rotte di comunicazione, al fine di renderle fruibili a tutti.

Questi percorsi vennero identificati, tracciati e promossi sia come strumento per lo sviluppo culturale ed economico delle aree montane sia come fondamentali presidi per la salvaguardia della natura, del paesaggio e delle antiche tradizioni locali.

Uno di questi è il Sentiero del Brigante.

sentiero del brigante

Si tratta del più lungo tra i sentieri d’Aspromonte, identificato e “segnato” durante una memorabile spedizione di più giorni tra fitte faggete, ampi pascoli e villaggi oggi abitati solo da qualche pastore.

Lungo il suo percorso, il sentiero risale per più di 100 Km l’Appennino restando sempre in quota su una linea di crinale dalla quale, spesso e volentieri, nelle belle giornate è possibile vedere sia il Mar Ionio sia il Mar Tirreno, inoltrando lo sguardo alla Sicilia ed alle Isole Eolie. Ma a più di mille metri di altitudine, con la neve in inverno.

Partendo da Gambarie, rinomato centro turistico montano al centro dell’Aspromonte, si inoltra verso nord fino alle Serre Calabresi attraversando due province, Reggio Calabria e Vibo Valentia, e due aree protette, il Parco Nazionale d’Aspromonte e il Parco delle Serre.

Il Sentiero del Brigante, il cui nome è già abbastanza efficace nell’evocare storie di fughe e di scorribande, nella sua parte centrale ricalca quella che fu la Via Grande, importante via di comunicazione per mercanti, pastori, fuggitivi e ribelli. A nord e a sud invece, il sentiero ripercorre e collega vecchie strade di montagna, vie di commercio e di transumanza.

Storie e leggende da brigante

Sono innumerevoli i racconti, le leggende e i toponimi che raccontano e aiutano a ricostruire vicende di briganti avvenute in ogni epoca storica. Dal fuggitivo ribelle Spartaco, al cui passaggio si attribuiscono dei resti di fortificazioni nei pressi dello Zomaro, a Nino Martino, leggendario brigante del 1500; dal Brigante Musolino, ultimo brigante del Sud, alla banda di Don Ferdinando Mittica che scortò tra queste montagne, nel 1861, il generale Borgès nel tentativo di ripristinare il Regno Delle Due Sicilie. Camminare lungo questo sentiero, perciò, significa camminare “sulle tracce dei Briganti”.

Caratteristica di questo percorso è quella di legare e dare continuità e armonia al paesaggio rurale e montano attraversato mettendo in relazione aree di grande interesse naturalistico e insediamenti rurali, centri abitati e foreste, emergenze architettoniche e archeologiche.

Dal suo punto iniziale a quello finale il sentiero incontra numerosi luoghi interessanti. Vecchie dimore nobiliari, strutture fortificate, resti archeologici, boschi ricchi di biodiversità e villaggi caratteristici.

Ma anche luoghi e cose che raccontano la storia e l’identità di un territorio e di un popolo. Come ad esempio l’ex bacino minerario dello Stilaro, una delle ultime testimonianze esistenti di un passato di produzione e di lavoro in un comprensorio in cui sorgevano miniere, ferriere e armerie tra le più importanti dell’intera Europa.

sentiero del brigante

Il sentiero ha valore di itinerario storico, e come tale viene percorso ogni anno da gruppi organizzati e da scolaresche, poiché concilia in una sola esperienza la consapevolezza ambientale e la riscoperta di una storia che non sempre è raccontata sui libri: storia di ribellioni, di resistenza ma anche di lavoro e dignità.

Percorrerlo è un’esperienza unica, un cammino mistico alla ricerca di fatti materiali e immateriali in quella che molti immaginano ancora come una terra “dimenticata da Dio”.

Ma è anche un modo per ridare vita alla montagna in un’epoca di alienazione metropolitana, un’occasione per rapportarsi in maniera intima e sincera con una natura selvaggia, un’opportunità per conoscere luoghi, tradizioni, cibi e persone speciali.

L’itinerario può essere attraversato a piedi, a cavallo, in mountain bike, per intero o per singoli tratti. Pur sviluppandosi nel cuore della montagna, non presenta mai passaggi troppo impegnativi, né scalate, né pericoli, dato che asseconda in maniera naturale la morfologia del territorio. E non potrebbe essere altrimenti perché unisce e collega antiche vie di comunicazione. Per queste ragioni è stato definito “un sentiero per tutti”.

Acqua e cibo per sfatare la leggenda di terra arida

Lungo il cammino è possibile rifocillarsi presso fresche sorgenti, assaggiare tipicità prodotte ancora con i metodi antichi, ascoltare i racconti di vecchi montanari resistiti allo spopolamento, incontrare animali selvatici e alberi secolari, riposare sulla riva di torrenti e laghetti, sentire il battito d’ali del falco pellegrino o lo scrosciare del vento tra le chiome degli alberi.

Negli anni il Sentiero del Brigante è stato oggetto di indimenticabili trekking con escursionisti provenienti da tutta Italia, di escursioni alla scoperta di luoghi e misteri ancora non del tutto svelati, di mostre, di dibattiti e di tesi di laurea.

Eppure ancora oggi è opinione diffusa che queste montagne, ultimo lembo di terra della penisola, siano spoglie, aride e inospitali. È facile rendersene conto quando si ha il piacere di farle scoprire a chi, venendo da fuori e avendone sentito parlare solo in maniera superficiale e pregiudizievole, ne resta sempre piacevolmente stupito, tanto da ritornarci di nuovo. Fotografi, giornalisti, viaggiatori, escursionisti e semplici turisti.

Giulia in cammino sul sentiero

sentiero del brigante

Giulia Pezzano sul Sentiero

In redazione ci è arrivata una mail con il racconto dell’esperienza di una camminatrice che ha percorso il Sentiero del Brigante in solitaria di recente. Questo è il diario di Giulia Pezzano, ragazza di 27 anni proveniente da Udine, che ha percorso 140 Km in 6 giorni.

Diario del cammino di Giulia Pezzano, Udine, 27 anni.

140 km, 6 giorni.

<<E si riparte! Caro e fedele zaino, compagno di viaggio, ne hai viste di tutti i colori e gli odori (penso che il profumo di “crapa” non ti abbandonerà mai più). Una foto dedicata solo a te mi sembra il minimo omaggio che potessi farti, instancabilmente al mio fianco in ogni difficoltà. Incredibile come tutto lo stretto necessario per vivere possa stare in così poco spazio… Ciò che non entra, è superfluo. Non dimentichiamocelo, quando siamo tentati da desideri estemporanei, consumistici e compulsivi… Tutto ciò che possediamo è una catena, ci tira verso il basso. Il cammino è una metafora della vita. Oggi intraprendo il famoso “Sentiero del Brigante! Prima tappa: da Gambarie a Carmelia. Spero seguiranno aggiornamenti, altrimenti preoccupatevi. Buon cammino a tutti!>>

 PRIMA TAPPA da Gambarie a Carmelia

<<Premessa: in questo sentiero è letteralmente impossibile perdersi. Non c’è stato nemmeno bisogno di aprire le tracce gps… È segnalato talmente bene che manca solo l’omino con le luci che trovi nelle piste di atterraggio degli aeroporti. Gli amici del GEA-Gruppo Escursionisti d’Aspromonte hanno fatto un lavoro impeccabile. Il fil rouge di questa prima tappa è stata l’acqua. Mi trovo così a scardinare l’ennesimo caposaldo del muro di ignoranza che circonda l’Aspromonte. “Ma sei pazza – dicevano – guarda che non è come nelle nostre Alpi (da notare che il momento più bucolico nella vita di costoro consiste nell’innaffiare l’orchidea in salotto, le Alpi al massimo le hanno viste nella pubblicità della Marlene), lì non c’è acqua. È tutto arido. Morirai di sete.” Questa era, ovviamente, solo la terza ipotesi, in subordine al mancato rapimento da parte di qualche latitante e qualora fossi miracolosamente riuscita ad evitare uno stupro sul cammino. Bene. La prossima persona che sento affermare una cosa del genere si ritroverà in bocca i miei calzini fradici prima ancora di finire la frase. Ho attraversato talmente tanta acqua che mi verranno le branchie agli alluci. Negli ultimi chilometri ho avuto la fortuna di fare un incontro raro: quel capriolo è spuntato dal nulla, non mi aveva sentita arrivare (sarà per la mia proverbiale grazia e la mia leggiadria). Mi sono bloccata e l’ho guardato incantata, lui ha fatto lo stesso. Ed è stato così per un tempo che mi è parso interminabile. Ora mi godo il riposo nel meraviglioso rifugio “Il Biancospino” di Carmelia: è un posto fuori dal tempo e dal mondo in cui si respira tanta semplicità e una ancestrale ospitalità. Ve lo consiglio col cuore. Dal Sentiero del Brigante per oggi è tutto. Vado a ingrassare ancora un po’.>>

SECONDA TAPPA da Carmelia a Canolo

Una tappa lunga e ricca di variazioni, stupenda per la sua natura rigogliosa, selvaggia per la dura discesa nella “Valle dell’uomo morto”, romantica per l’arrivo a Canolo Nuovo, paesino di montagna che resiste tenace e laborioso grazie a gente in gamba che offre ospitalità di qualità.

<<I protagonisti indiscussi di questa lunga tappa sono i boschi. Ed è proprio a loro che voglio dedicare la mia riflessione. Ci chiamano escursionisti, ma è sbagliato. Noi siamo INcursionisti. Immergersi nella maestosità di Madre Natura, come mi ha permesso di fare questa tappa, è ricongiungersi alla propria essenza intrinseca. I boschi sono luoghi sacri, più di mille chiese: non nei freddi mattoni, non nelle umide cappelle né negli sfarzosi altari placcati d’oro l’uomo ritrova se stesso e la propria spiritualità, bensì nella sconfinata maestosità degli alberi, veri e propri monumenti, nella bellezza e nella sacralità dei profumi, del silenzio, della solitudine. La spiritualità è nella nostra natura, per chi è credente come per chi non lo è. Gli EXcursionisti sono quelli che si allontanano da tutto questo e dalla propria essenza. Sono quelli che vivono nelle città, nello smog, nel caos, nei mille input che non ti fanno mai fermare e riflettere su te stesso per chiederti se sei felice (purtroppo e per fortuna). Sono quelli che vivono la vita sotto una luce artificiale con dei ritmi disumani, che violano quelli dettati dalla natura… e a 50 anni si ritrovano ricchi e depressi, senza capirne il motivo. Loro sono gli escursionisti. Scusatemi per la digressione ma il cammino fa riflettere. E questa tappa, dalla bellezza disarmante, che ha rappresentato un vero e proprio omaggio alla bellezza dei boschi, mi ha fatto riflettere molto. Non chiamateci escursionisti.>>

TERZA TAPPA da Canolo alla Limina.

Una tappa non troppo lunga, prevalentemente in bosco, ampie praterie nella parte finale. Questa tappa si lascia indietro il Parco Nazionale Aspromonte e si inoltra tra le enormi foreste delle Serre.

<<Questa è stata una tappa “di passaggio”, nel senso più positivo del termine. Ogni suo odore, rumore, scorcio, colore era impregnato di una certa fugacità: ogni atomo era quasi vibrante, ansioso di imprimersi nella memoria con quel senso di impellenza proprio solo delle cose di passaggio. Sapevo che stavo per lasciare il Parco, con la sua natura copiosa e pantagruelica, e volevo assolutamente riempirmene gli occhi e il cuore, insaziabile. Non essendo mai stata in Calabria prima, non sapevo cosa aspettarmi da quelle che chiamate “Serre”. Sceso il piccolo costone, atterrata sul breve tratto di strada asfaltata, spaesata e disorientata alla vista del cielo e degli ampi spazi di cui avevo disimparato la fisionomia nei giorni trascorsi infrattata fra i boschi, sorrisi. Come una profuga risputata dal mare su una costa sconosciuta, ammirai spaurita e meravigliata la civiltà che aveva irrotto nel paesaggio: dei cartelli indicavano un metanodotto, il mare (il mare!!!!), delle case, la galleria (la galleria!!!) dell’autostrada dei due mari. “E quindi uscimmo a riveder le stelle.” >>

QUARTA TAPPA da Limina a Croce Ferrata

Una tappa lunga e impervia, nei boschi del Parco Naturale Regionale delle Serre, dove già lo scenario cambia: gli aspetti prettamente naturalistici lasciano spazio ad aspetti storici importanti, cruciali, misconosciuti: parliamo di una Calabria di lavoro e produzione.

<<In questa tappa ho iniziato a familiarizzare con le Serre. Umidità che neanche in Pianura Padana a ottobre. Ancora una volta, acqua, acqua ovunque. Il sottobosco ha trovato qui il Paradiso Terrestre, prolificando senza ritegno: oggi non si trattava più di guadare ruscelli, ma di attraversare le sabbie mobili! La vita, inarrestabile, pullulava in ogni anfratto: se i boschi erano forse leggermente meno inaccessibili, più “human friendly”, rispetto a quelli dell’Aspromonte, altrettanto non si poteva dire di asparagi, rovi, e uno sconfinato e (ai miei occhi ignoranti) non meglio definito sottobosco che incorniciava il mio cammino. Penso al lavoro fatto dal GEA per manutenere questo tratto e ancora una volta ringrazio mentalmente la passione di tutti coloro che ogni mese regalano sangue e brandelli di carne tibiale ai rovi per rendere possibile questo trekking. >>

QUINTA TAPPA da Croce Ferrata a Mongiana

<<Oggi ho affrontato il cammino da Croce Ferrata a Mongiana. Questa tappa ha rappresentato un inurbamento rispetto alle precedenti, che mi ha colta totalmente impreparata: dal momento che Croce Ferrata è un punto sosta moooolto essenziale, non avevo dormito molto (noterete delle occhiaie abbastanza pronunciate) né mi ero potuta lavare. Per fortuna cammino da sola!

Caso vuole che nel mezzo del cammin di nostra vita, venni richiamata dal personaggio che compare nelle foto. Un viso come una carta geografica, su cui brillavano due occhi vivi e buoni. Quegli occhi raccontavano di una profonda nobiltà d’animo, di valori sacrosanti e oramai perduti. Decisi di fidarmi di quegli occhi. Giuseppe mi ha aperto la casa, la damigiana e il cuore. Una vita riassunta nel paradiso del suo giardino, sotto il pergolato, fino a poco fa condiviso con il suo angelo. Una vita riassunta nei suoi fagioli che mi ha mostrato orgoglioso, nella brocca zozza, azzurra, da cui ci versava il suo vino (delizioso), nell’umiltà commovente con cui ha condiviso con me parte della sua storia. Storia di una vita semplice e felice. Storia di una serenità a noi ormai sconosciuta, se non addirittura inintellegibile.

 Quegli occhi e quella storia trasudano una involontaria ed indiscutibile superiorità morale ed etica che mi ha fatto sentire piccola piccola.

Al terzo bicchiere me ne andai a malincuore (preservando quel che restava della mia sobrietà per gli ulteriori 7 km di cammino), ma un pezzettino di me rimarrà sempre in quel giardino, così come  lo sguardo nobile di Giuseppe rimarrà sempre con me.>>

SESTA TAPPA da Mongiana a Bivongi/Stilo

Il suo cammino si conclude tra un vorticoso turbinio di storie incredibili e sconosciute riguardanti un passato, neppure troppo distante, che è stato rimosso e occultato.

<<Questa è stata la tappa più emozionante di tutte. Lunghissima, è uno spaccato perfetto dell’intero cammino. E’ come quella rarissima congiuntura astrale in cui il libro perfetto ha una conclusione all’altezza di tutto il resto, e tu ti ritrovi un po’ riempito e un po’ svuotato, mezzo instupidito e mezzo illuminato.

So che rischio di diventare ripetitiva, ma repetita iuvant: acqua in ogni dove. Il suo scroscio variabile ha cullato le mie riflessioni per tutti i 24 impegnativi km di oggi, una melodia caratterizzata da costanti crescendo e diminuendo, con mille variazioni, minacciando di esplodere in fragorose cascate ad ogni svolta, fino a farlo davvero: la natura raggiunge il suo akmè nelle stupefacenti cascate del Marmarico, e la tensione finalmente si scioglie.

Accanto allo splendore della natura, non sfigura quello dell’operosità umana. In questa tappa ho avuto il privilegio di conoscere una storia meravigliosa e triste, toccandone con mano nostalgica i resti. La storia parla di un glorioso passato industriale, caratterizzato dall’avanguardismo tecnico e sociale; di una montagna benevola, che offriva i suoi innumerevoli tesori alle mani sapienti, operose e perite del suo popolo laborioso; di uno sfruttamento saggio e lungimirante delle risorse, siano esse naturali o umane.

Questa storia, purtroppo, parla anche di un colonialismo brutale, di depredazione, di deliberata distruzione di una cultura che ancora paga le conseguenze di una scellerata operazione pseudo politica.

 Questa tappa accende i riflettori su un passato sconosciuto ai più, forse scomodo, che chi scrive la storia ha avuto la cura di oscurare e insabbiare. E sappiamo tutti chi scrive la storia. >>

NEI GIORNI SUCCESSIVI AL CAMMINO

considerazioni di Giulia riguardo ai quotidiani che hanno scritto della sua avventura.

<<Ho pensato a lungo se condividere questo articolo o meno, oscillando tra il timore di scadere nella becera autocelebrazione (il gusto del like è come la carne umana, dicono che se la provi non la lasci più, e in fondo sono solo umana, troppo umana) e la voglia di apporre una doverosa e agognata chiosa finale alla mia esperienza in terra foresta.
E già mi cala la lacrimuccia. Dovete sapere che avevo preso un biglietto, datato 7 maggio, di sola andata per Treviso Sant’Angelo… É nel cestino. Nella carta, per l’amor di Dio, in ossequio al baluardo nordico della differenziata e dell’uso dei bidoni invece che dei ponti… scusate ma questa frecciatina dovevo lanciarla… Anche se sono innamorata del sud non significa che abbia i paraocchi! Sono arrivata al punto di sognare di insultare gente che getta rifiuti per terra!
Digressione a parte (stream of consciousness is the way), non ce l’ho fatta. Sono ancora qui. Forse pecco davvero di quel romanticismo da Grand Tour che mi è stato attribuito. O forse il cammino mi ha irrimediabilmente cambiata.
La montagna che non conosci fa sempre paura.
Ho visto boschi in cui mi aspettavo di veder spuntare folletti da ogni albero, mi sono persa in quartieri in cui mi aspettavo di veder spuntare ombre da ogni angolo. Ho attraversato fiumare di sguardi curiosi e di parole accoglienti, imparando con umiltà dai tanti che hanno avuto la pazienza di insegnarmi. Mi sono fatta strada tra i rovi, scoprendo che gli strumenti migliori e preziosi sono quelli ricevuti in dono. Mi sono persa in silenzi che colmavano ogni pertugio dell’anima e in muti sguardi di una felicità assordante.
Sono stata accolta come una regina secondo quel rito sacro, inspiegabile, sconosciuto, ancestrale e prodigioso che chiamate ospitalità.
Il mio cuore nordico, produttivo, ottimizzante, algido, giudicante, si è trovato inizialmente spaurito, imbarazzato e sperduto di fronte a tanta immensità. In fondo quel cuore era giunto qui per caso, quasi per scommessa, esattamente dagli antipodi d’Italia. Era arrivato con una tenda e un’incoscienza forse disarmante, sfidando testardo ogni pregiudizio che sapeva di tanto paventata quanto inesistente esperienza.
Imperterrita, ho continuato a camminare, a scoprire, a innamorarmi, da piccola esotica ostinata polentona che sono.
Ad ogni passo, invece che stancarmi, mi alleggerivo.
Ho lasciato lungo la strada tutto ciò di stonato che mi era stato insegnato e che mi zavorrava, causandomi quell’inspiegabile nausea esistenziale: il pregiudizio, il senso di superiorità, la produttività quale unico metro di giudizio del valore di un uomo, la prevaricazione come unico modo di emergere, il successo e il benessere (notate quanto sia tragica l’accezione prettamente economica di questo termine etimologicamente stupendo) quale scopo primario dell’esistenza, l’individualismo nelle sue infinite declinazioni (egoismo, arrivismo, noncuranza degli altri, amicizie pront-a-porter), la posizione economico-sociale (con tutti le annesse e connesse esibizioni di suddetta posizione quali barca, suv, villetta, piscina in un climax ascendente potenzialmente infinito).
Non me ne voglio più andare. Il mio cammino, fisico e metaforico, mi ha insegnato la lezione più importante che abbia mai appreso: l’umanità. La fiera semplicità della vostra gente, l’umile bellezza degli sguardi che ho incontrato, la genuina imperfezione… La bellezza di una melodia risiede anche nelle note stonate…
Come la guerra che avvelena e dilania l’anima dei miei coetanei, straziati dall’amore per la propria terra ma costretti a scegliere il sogno Americano sub speciem di un puzzolente monolocale a Milano…
La profonda ferita, che non penso si rimarginerà mai, nello sguardo nostalgico dei tanti che mi hanno parlato con commovente orgoglio delle ferriere di Mongiana, delle O.M.C., delle giornate lavorative di 8 ore e delle pensioni di anzianità, dell’istruzione gratuita, delle terre ai mezzadri… E l’ombra che oscurava loro lo sguardo parlandomi di Lombroso, di Fenesterre e San Maurizio, della tassa sul macinato, di “Sparate sui contadini!”… Cercando di farmi capire cosa si potesse provare ad essere una vera e propria colonia, a veder razziata e depredata la terra dei tuoi nonni, la terra dove sei cresciuto, immolando i fiori all’occhiello di una cultura fiorente sull’altare di una sbandierata grottesca unità…
Mi sono persa, lo so. Ma non ho pretese di organicità né di sistematicità. L’unica pretesa che ho è di continuare a mostrare a chi vorrà davvero vedere la faccia migliore e più vera di un popolo , il volto dei tanti, dei più, che con fatica, con costanza e con amore non si arrendono ad un contesto difficile e lottano per ridare alla propria terra amata lo splendore, la fama e il valore che merita. Grazie per gli insegnamenti che mi avete dato. Grazie per avermi aperto gli occhi. Il re è nudo.

E io sono ancora qua. Mannaia.>>

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Dati tecnici:

lunghezza complessiva: 100 km circa

n° tratti: 9, con punti di ristoro e pernottamento ad inizio e fine

quote: tra 1300 e 1000 metri s.l.m.

impegno tecnico: alto per l’intera percorrenza, medio/basso per i singoli tratti

difficoltà: E

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Author: Redazione Ecoturismonline

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