La coppia che scala montagne e disegna itinerari

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Se c’è una cosa che lo appassiona è scalare le montagne. Mario Verin, alpinista di alto profilo, fotografo e accademico del C.A.I., ha viaggiato tanto e ha pubblicato libri e guide. Ha anche scoperto e tracciato nuovi itinerari, come quello di Selvaggio Blu in Ogliastra. Con la moglie Giulia Castelli Gattinara, giornalista, ha realizzato reportage di viaggio, archeologia e natura per parecchie riviste. Insieme sono una coppia formidabile che accetta le sfide con molta determinazione, regalando racconti e immagini straordinari.

Mario, che cosa ti spinge ad arrampicare le montagne?

Ho sempre amato la natura e le montagne, fin da piccolo – passavo l’estate in Val Pellice (Piemonte) – me ne andavo in giro da solo per i boschi, arrampicavo sulle rocce e sugli alberi. Quando all’età di 22 anni un amico di Firenze (dove abitavo) mi ha proposto di iscriverci al CAI è stata una rivelazione. L’estate stessa ho fatto le mie prime salite in Dolomiti e le prime arrampicate solitarie al Campanile Basso, nel gruppo del Brenta. L’anno dopo ero già istruttore, scalare mi veniva naturale.

E a scoprire nuove vie come hai fatto tu sulle Alpi, ma anche in Giordania e nel Sahara? 

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Mi è sempre piaciuto scoprire, cercare itinerari nuovi, individuare vie di salita in montagna, per il puro piacere di godere la bellezza di ambienti selvaggi, poco antropizzati. In questo senso il Sahara è un immenso spazio di libertà. E, contrariamente a quanto si pensa, sono proprio le aree montuose le più belle. A nord di Tamanrasset, in Algeria, c’è una zona di cupole di granito perfettamente levigate dal vento e dalla sabbia. Sembrano sculture di un gigantesco giardino zen. Ho aperto numerose vie nuove, arrampicando quando era necessario, per arrivare in cima e godere di quel magnifico orizzonte. A volte portavo una corda e quando Giulia, poi diventata mia moglie, aveva paura la legavo, insieme abbiamo fatto tantissime ascensioni sciolti anche di quarto e quinto grado. Non sono mai stato uno di quelli che, terminata una nuova salita, scrive la relazione della via appena aperta. Un po’ per pigrizia e un po’ per lasciarla intatta da scoprire anche ad altri. A meno che, come è successo a Wadi Ram in Giordania, non si trattasse di itinerari talmente belli e complessi da valer la pena condividerli. Spesso ne facevo oggetto dei miei reportage sulle riviste Alp e Airone.

Quando e perché avete cominciato a viaggiare, fotografare e a scrivere?

Ho sempre fotografato. Credo di essere stato uno dei primi ad arrampicare con la macchina fotografica legata all’imbragatura, fin dal 1969 quando salii la parete nord de les Grandes Jorasses al Monte Bianco per la via Cassin, allora una delle più temute.

Mario: Selvaggio Blu, il trekking più difficile d’Italia sul limite tra mare e roccia in Ogliastra, lo hai inventato tu con Peppino Cicalò. Ce ne racconti la storia?

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Peppino, di Nuoro, a quell’epoca (1987) viveva a Firenze e frequentava la scuola d’arrampicata Tita Piaz che io dirigevo. Mi invitò in Ogliastra, dove Alessandro Gogna e Manolo avevano appena aperto alcune vie d’arrampicata sulla guglia di Goloritzè, quindi accettai volentieri. La Sardegna cominciava appena a essere frequentata da escursionisti avventurosi, non c’erano sentieri né descrizioni.

Una volta arrivato lì vidi un paesaggio strepitoso: una sequenza di pareti a picco sul mare che si prolungava per 40 km, con cale deliziose che si alternavano e gole (bacu) selvagge, antichi ovili di legno di ginepro abitati ancora dai pastori, una macchia mediterranea incontaminata affacciata su un mare blu stupendo. Peppino conosceva la zona, sapeva che il Supramonte di Baunei era percorso da antiche mulattiere costruite dai carbonai all’inizio del Novecento durante i disboscamenti per ottenere legna per le ferrovie. Ci mettemmo alla ricerca di quelle strade ormai abbandonate, ben costruite con muretti a secco ma in gran parte ricoperte dalla vegetazione. Con il binocolo cercavamo i passaggi più facili per disegnare un percorso che, una volta aperto, consentisse agli escursionisti di percorrere quell’ambiente meraviglioso.

Per questo Selvaggio Blu – il nome l’ha inventato Peppino e trovo che sia una superba sintesi di ciò che rappresenta – segue sempre il bordo della falesia dove si apprezzano le vedute dall’alto più suggestive. L’esperienza alpinistica ci ha consentito di individuare le soluzioni meno pericolose e più panoramiche. Andavamo in giro con corda, chiodi e martello pronti a bivaccare. A volte era davvero un’incognita. Studiammo i passaggi col binocolo perfino dal mare, per capire come uscirne. Avremmo voluto creare un percorso escursionistico, ma nella seconda parte di Selvaggio Blu non siamo riusciti a evitare tratti d’arrampicata e calate in corda doppia. L’obiettivo estetico però lo abbiamo raggiunto, è talmente emozionante che oggi vengono a farlo da tutto il mondo, perfino il New York Times ne ha parlato.

Giulia: Milano, Firenze, le Dolomiti sono tre luoghi dei quali avete individuato siti fantastici e originali, sconosciuti spesso anche a chi ci vive. Quale è il talento per fare queste scoperte in posti molto battuti?

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Proprio questo è divertente e, in fondo, è proprio quello che abbiamo sempre cercato di fare nel nostro lavoro anche quando pubblicavamo su Airone: esplorare mete sconosciute, raccontare storie inusuali. E non è stato facile dal punto di vista professionale, spesso i direttori dei giornali erano scettici di fronte alle nostre proposte, troppo originali (…e poco “vendibili”). Lo spirito editoriale della collana 111 della casa editrice Emons è tagliato proprio per me! Anche un luogo apparentemente scontato, un monumento famoso può rivelare un dettaglio, una storia sconosciuta e nel mio girovagare ne ho scoperte tantissime. Prendi ad esempio le Dolomiti, nelle 111 storie ne ho dedicata una alle Tre Cime di Lavaredo, cosa c’è di più iconico? Eppure se leggi vedrai che c’è un modo di osservarle che pochissimi conoscono…

A proposito dei vostri viaggi, in quale Paese avete trovato più attenzione all’ambiente? 

La Svizzera ovviamente, e anche il Sahara, il deserto dell’Algeria. I Tuareg sono una popolazione molto interessante, capace di sopravvivere con poche cose essenziali. E quando hai poche cose gli dai un gran valore, le usi bene e non le sprechi. Con due legnetti sono in grado di tener acceso un fuoco per ore.

Avete avuto incontri speciali con persone durante i vostri viaggi?

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Ma sì, tantissimi, la parte più bella del nostro lavoro sono proprio gli incontri. Ci sono tante persone per bene, che fanno cose straordinarie, che hanno talento, molto più di quanto si creda.

Le vostre esperienze di viaggio in che cosa vi hanno cambiato?

Per noi il viaggio non è mai scindibile dalla montagna e dall’alpinismo, e spesso neppure dalla professione. La montagna non è solo passione, è un’esperienza intensa, di amore, di ricerca, di vita.

Quale viaggio avete nel cuore?

Più che un viaggio è una salita: il Jebel Ram in Giordania e il Garet el Djenoun nel Tefedest in Algeria. Sì, nel cuore ho il deserto, o meglio le montagne del deserto.

 

Author: Maddalena Stendardi

Giornalista, ho iniziato a lavorare nelle riviste di viaggio molti anni fa, ed è stato subito amore! Mi sono poi interessata di benessere ed ecologia e ho sommato queste passioni nella mia creatura: Ecoturismonline. Sono attualmente nel consiglio direttivo della NEOS, associazione italiana di giornalisti di viaggio.

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